{"id":775,"date":"2026-06-10T06:00:00","date_gmt":"2026-06-10T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.techvisory.it\/rassegna-stampa\/?p=775"},"modified":"2026-08-31T06:12:15","modified_gmt":"2026-08-31T06:12:15","slug":"dalla-regolazione-alla-capacita-industriale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.techvisory.it\/rassegna-stampa\/dalla-regolazione-alla-capacita-industriale\/","title":{"rendered":"Dalla regolazione alla capacit\u00e0 industriale"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Keynote, evento Lutech -giugno 2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 3 giugno scorso la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte per la Sovranit\u00e0 Tecnologica Europea che, al di l\u00e0 delle singole misure, segna un cambio di paradigma. Per la prima volta Bruxelles non si limita a regolamentare l\u2019intelligenza artificiale sviluppata altrove, ma tenta di promuovere attivamente lo sviluppo di una capacit\u00e0 tecnologica propria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 un passaggio tutt\u2019altro che scontato. Per anni, infatti, l\u2019Unione ha interpretato il proprio ruolo come quello di \u201cregolatore globale\u201d: pensiamo al GDPR, al Digital Services Act, all\u2019AI Act. Strumenti importanti, certamente, ma costruiti attorno a tecnologie sviluppate prevalentemente negli Stati Uniti o, sempre pi\u00f9, in Cina. Oggi invece emerge una consapevolezza diversa: non esiste sovranit\u00e0 normativa senza una base tecnologica indipendente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per sostenere questa ambizione, la Commissione ha adottato strumenti che, fino a poco tempo fa, erano quasi estranei al vocabolario di Bruxelles: politica industriale esplicita, intervento pubblico per lo sviluppo infrastrutturale, e soprattutto utilizzo della domanda pubblica come leva per sostenere le imprese europee e in particolare le start up.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo \u00e8 il vero elemento di discontinuit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fino ad oggi, la strategia europea sull\u2019intelligenza artificiale si \u00e8 concentrata principalmente su un asse: il rafforzamento delle capacit\u00e0 di supercalcolo, attraverso investimenti nell\u2019high performance computing. L\u2019idea era semplice e, in parte, fondata: costruire infrastrutture di calcolo avanzate in Europa per sostenere la ricerca e garantire autonomia. Ma questa strategia si \u00e8 rivelata insufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9? Perch\u00e9 il supercomputing, da solo, non genera un ecosistema industriale dell\u2019intelligenza artificiale. \u00c8 una condizione necessaria, ma non sufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E soprattutto, \u00e8 stato pensato con una logica difensiva pi\u00f9 che offensiva. La spinta iniziale verso l\u2019HPC europeo nasceva infatti anche da una preoccupazione geopolitica precisa: proteggere i dati sensibili europei dall\u2019accesso extraterritoriale delle autorit\u00e0 americane. In particolare, dalle implicazioni del CLOUD Act e dalla capacit\u00e0 delle big tech statunitensi di esercitare controllo sulle infrastrutture e sui dati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa preoccupazione resta valida. Ma il problema \u00e8 che, nel frattempo, il terreno della competizione si \u00e8 spostato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi non basta avere l\u2019infrastruttura fisica di calcolo. Se l\u2019intero stack software \u00e8 controllato altrove, l\u2019autonomia \u00e8 solo apparente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi tutto l\u2019ecosistema dell\u2019Intelligenza artificiale \u00e8 dipendente da una sola societ\u00e0, Nvidia. L\u2019esempio pi\u00f9 lampante di quella metafora californiana dell\u2019Ottocento che diceva che nell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro guadagna chi produce pale e picconi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nvidia non ha semplicemente costruito chip. Ha costruito un ecosistema integrato, verticale, che parte dall\u2019hardware \u2014 le GPU \u2014 ma si estende a CUDA, il layer software proprietario che consente di programmare queste architetture, fino ad arrivare agli strumenti di orchestrazione, alle librerie, ai framework, e all\u2019integrazione con le principali piattaforme cloud. In altre parole, Nvidia controlla non solo la capacit\u00e0 di calcolo, ma anche il modo in cui quella capacit\u00e0 viene utilizzata. E questo crea una totale dipendenza strutturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche se l\u2019Europa costruisce i propri data center o investe in supercomputer, se questi sistemi operano su stack software dominati da attori esterni, il valore economico e il controllo tecnologico restano altrove.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che emerge la differenza con il modello cinese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Cina, spinta tanto da esigenze geopolitiche quanto da vincoli imposti dalle restrizioni americane, ha adottato una strategia molto pi\u00f9 sistemica. Non si \u00e8 limitata a sviluppare singoli componenti, ma ha lavorato lungo l\u2019intera catena del valore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal lato hardware, ha investito nello sviluppo di chipset domestici, come la linea Ascend. Ma soprattutto, ha costruito uno stack software coerente, capace di funzionare indipendentemente dalle tecnologie occidentali. A questo si aggiunge un terzo elemento fondamentale: la mobilitazione della domanda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli hyperscaler cinesi \u2014 da Alibaba a Tencent, fino a Huawei Cloud \u2014 sono stati parte integrante di questa strategia. Non solo come utilizzatori, ma come amplificatori dell\u2019ecosistema nazionale. Hanno integrato tecnologie domestiche, le hanno scalate, e le hanno diffuse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E infine, un elemento spesso sottovalutato: l\u2019apertura selettiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Cina ha promosso, in diversi ambiti, ecosistemi aperti, con l\u2019obiettivo di favorire l\u2019adozione internazionale delle proprie tecnologie. Non per altruismo, ma per creare dipendenze tecnologiche e standard de facto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Entro la fine del decennio \u2014 intorno al 2030 \u2014 potremmo trovarci di fronte a due grandi sistemi tecnologici in competizione: uno guidato dagli Stati Uniti, fortemente integrato attorno agli hyperscaler e a player come Nvidia; l\u2019altro guidato dalla Cina, con un ecosistema sempre pi\u00f9 autonomo e globalmente diffuso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo scenario, il rischio per l\u2019Europa \u00e8 di trovarsi in una posizione puramente passiva. Non abbastanza forte da imporre standard propri, ma costretta a scegliere \u2014 o a oscillare \u2014 tra due sistemi sviluppati altrove. E soprattutto, incapace di catturare il valore economico generato dall\u2019intelligenza artificiale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per capire le conseguenze di questo tipo di dipendenza, vale la pena guardare a un precedente storico: quello dei chipset CDMA.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli anni in cui si sviluppavano le tecnologie di telefonia mobile di seconda e terza generazione, l\u2019Europa che aveva fissato gli standard di interoperabilit\u00e0 che hanno consentito la diffusione massiva della telefonia mobile ha scelto di abbandonare lo standard TDMA per adottare lo standard WCDMA nella speranza di gestire con facilit\u00e0 il licensing della propriet\u00e0 intellettuale detenuto in particolare da Qualcomm. Questo ha creato una dipendenza significativa da un singolo attore, che ha potuto estrarre rendite attraverso licenze e controllo tecnologico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Europa, in quel contesto, \u00e8 riuscita comunque a mantenere un ruolo grazie alla presenza di un tessuto industriale forte: produttori di infrastrutture come Ericsson e Nokia, e produttori di dispositivi che contribuivano alla diffusione delle tecnologie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019intelligenza artificiale questo tessuto \u00e8 totalmente assente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel campo dell\u2019intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali avanzate, l\u2019Europa non dispone n\u00e9 di grandi hyperscaler, n\u00e9 di player dominanti nell\u2019hardware, n\u00e9 di piattaforme software globali comparabili a quelle americane o cinesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo rende la sfida attuale molto pi\u00f9 complessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il pacchetto presentato dalla Commissione europea rappresenta quindi un tentativo necessario \u2014 e tardivo \u2014 di colmare questo divario.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma perch\u00e9 abbia successo, dovr\u00e0 affrontare alcune questioni fondamentali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima \u00e8 la scala.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le iniziative europee spesso soffrono di frammentazione: risorse distribuite tra Stati membri, governance complessa, tempi lunghi. In un settore come l\u2019intelligenza artificiale, dove la scala \u00e8 determinante, questo \u00e8 un limite strutturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La seconda \u00e8 l\u2019integrazione verticale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non basta finanziare singoli segmenti \u2014 come l\u2019HPC o le startup \u2014 se non si costruisce un ecosistema integrato, che colleghi hardware, software, dati e applicazioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La terza \u00e8 la domanda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Senza una domanda sufficientemente ampia e coordinata, anche le migliori tecnologie rischiano di non raggiungere la massa critica. L\u2019utilizzo della domanda pubblica come leva \u00e8 quindi una scelta corretta, ma richiede coordinamento, standard comuni e capacit\u00e0 di esecuzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E infine, la governance.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Promuovere una politica industriale europea in un settore cos\u00ec strategico implica anche scelte politiche difficili: selezione di campioni industriali, allocazione mirata delle risorse, e una certa tolleranza al rischio e al fallimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In conclusione, il cambiamento di approccio della Commissione \u00e8 significativo e va nella direzione giusta. Ma il punto centrale resta questo: la sovranit\u00e0 tecnologica non si costruisce solo con infrastrutture o regolazione. Richiede il controllo \u2014 o almeno la partecipazione significativa \u2014 lungo l\u2019intera catena del valore. Se l\u2019Europa non riuscir\u00e0 a sviluppare questa capacit\u00e0, rischia di trovarsi, nel giro di pochi anni, in una posizione simile \u2014 ma pi\u00f9 debole \u2014 rispetto a quella gi\u00e0 sperimentata in passato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con una differenza fondamentale: allora esisteva ancora un\u2019industria europea capace di giocare la partita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi, quella base industriale \u00e8 estremamente limitata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E il tempo per ricostruirla non \u00e8 infinito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Keynote, evento Lutech -giugno 2026 Il 3 giugno scorso la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte per la Sovranit\u00e0 Tecnologica Europea che, al di l\u00e0 delle singole misure, segna un cambio di paradigma. 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