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19 Luglio 2026 · La Stampa

Bernabè: “Sull’Ai l’Europa si sganci dall’America, le aziende ci stanno solo rimettendo”

L’economista: “Gli Usa stanno sbagliando strategia, così la Cina può vincere la gara dell’innovazione. Sui mercati finanziari si rischiano conseguenze tutt’altro che banali”

È tornata la guerra fredda, e stavolta si combatte per gli algoritmi. «In questi giorni si è formalizzata la divisione del mondo in due campi contrapposti. Da un lato, sotto la guida della Cina, ventinove Paesi hanno creato la Waico, l’organizzazione globale dell’Ai. Dall’altro, con i Paesi europei, è stata siglata la “Pax Silica”, coordinata dal dipartimento di Stato statunitense», dice Franco Bernabè. Manager ed economista, già al vertice di Telecom ed Eni, guarda con estrema preoccupazione alla cavalcata impetuosa dell’intelligenza artificiale nelle aziende. «Il problema per l’Ue e per l’Italia è che questa adesione all’alleanza con gli States non può significare una subordinazione al modello americano, che è chiuso, basato sulla forza brutale e rischia di danneggiarci».

Presidente, nell’ultimo mese sono arrivati interventi estremamente critici proprio da esponenti di spicco della tecnologia a stelle strisce.

«Il primo è quello di Alex Karp, il capo di Palantir, quindi uno dei campioni dell’intelligenza artificiale. Dice che le imprese sono livide: pagano per servizi che non creano valore, e la ragione è che i modelli linguistici sono stati irresponsabilmente gonfiati».

Che cosa significa?

«Che i signori dell’Ai traggono un doppio profitto: fatturano a caro prezzo i servizi e al contempo usano i dati delle aziende per migliorare se stessi. Le stesse cose le ha dette Satya Nadella, il capo di Microsoft: siamo in una situazione nella quale le imprese concedono, senza pensarci, informazioni fondamentali, rinunciando a guadagnarci. Senza contare che i sistemi di Ai li usano anche i dipendenti: caricano mail e documenti riservati che diventano patrimonio di Big Tech e cessano di essere proprietà delle imprese».

Poi c’è stato l’affondo dell’Atlantic, una delle riviste più autorevoli degli Stati Uniti, che ha parlato di «disastro ingegneristico».

«Lo dicono gli americani stessi che il sistema non funziona: è blindato, non può essere personalizzato, non si adatta ai processi aziendali, li utilizza ma non restituisce valore».

Qual è la differenza tra il modello americano e quello cinese?

«Il modello americano è chiuso e ha l’obiettivo di prendersi tutto il mercato, così come è stato per internet, con conseguenze estremamente negative: concentrazione del potere, interferenza democratica, effetti sulla formazione delle giovani generazioni. Del modello Web pagheremo il conto per lungo tempo tra la dipendenza dai social e la diffusione delle fake news, che sono quelle con maggiore probabilità di creare viralità. Ci siamo adeguati a quel sistema e non possiamo ripetere la stessa cosa per l’Ai».

E la Cina?

«Si è mossa in modo molto diverso. Non ha consentito che venissero promossi modelli chiusi, ha preteso che la tecnologia diventasse aperta: quasi tutti i modelli importanti cinesi sono rilasciati come “open”, che puoi scaricare, di cui puoi cambiare i pesi, su cui puoi lavorare. Con i cinesi i conti li dobbiamo fare, non per dipendere da loro ma per creare un mercato aperto. L’intelligenza artificiale è uno strumento di enorme potenza ma anche di enorme pericolosità. Devi poterla controllare e costruirti delle competenze. Se prendi una scatola chiusa dove metti dentro qualcosa e ti esce qualcos’altro, non hai nessun controllo».

Portiamo il discorso dalla geopolitica al business di tutti i giorni: le pmi, le medie aziende. Che possono fare?

«Guardi, stanno rilasciando ai modelli una quantità enorme di informazioni critiche, l’elemento strategico del loro business. E in cambio di questa cessione – non solo di sovranità, ma proprio del Dna delle imprese – non c’è nemmeno l’aumento di produttività che era stato promesso. L’idea che con un solo strumento tu possa fare tutto è un’esaltazione tecnologica quasi mistica. La tecnologia c’è, ma deve essere conosciuta e adattata specificamente ai processi di chi la usa. Non esiste una soluzione unica: servono risposte che partano dai dati interni e siano coerenti con le esigenze di ciascuno. E questo richiede competenze molto sofisticate».

Intanto cresce anche il malumore sui costi.

«C’è un riconoscimento che il problema esiste, perché le aziende, in base alla quantità di utilizzo, pagano commissioni sempre più alte. Prima i cosiddetti token te li davano gratis, adesso non più. Così magari ottieni risultati che, come dicono gli americani, creano l’effetto “wow”, ma alla fine hai rilasciato proprietà intellettuale e non hai migliorato la tua efficienza. È quello che contestano moltissime imprese statunitensi: dov’è il guadagno di produttività?».

E i mercati finanziari? Si rischia davvero una grande frenata dopo tutta questa euforia?

«Pensi a Elon Musk e alla sua SpaceX: viene quotata un’azienda che nei primi tre mesi ha fatto 5 miliardi di dollari di fatturato e 5 miliardi di perdita, viene valutata 1.960 miliardi, subito dopo la quotazione arriva a sfiorare 2.640 miliardi di capitalizzazione – vendendo attività in perdita e la promessa di colonizzare Marte – e nel giro di venti giorni perde mille miliardi. Cosa serve alla gente per capire che siamo di fronte a una bolla che non ha nessun tipo di giustificazione? Quando tutto verrà giù avrà conseguenze non banali, tanto che se ne stanno preoccupando pure le banche centrali».

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