Dalla regolazione alla capacità industriale
Keynote, evento Lutech -giugno 2026
Il 3 giugno scorso la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte per la Sovranità Tecnologica Europea che, al di là delle singole misure, segna un cambio di paradigma. Per la prima volta Bruxelles non si limita a regolamentare l’intelligenza artificiale sviluppata altrove, ma tenta di promuovere attivamente lo sviluppo di una capacità tecnologica propria.
È un passaggio tutt’altro che scontato. Per anni, infatti, l’Unione ha interpretato il proprio ruolo come quello di “regolatore globale”: pensiamo al GDPR, al Digital Services Act, all’AI Act. Strumenti importanti, certamente, ma costruiti attorno a tecnologie sviluppate prevalentemente negli Stati Uniti o, sempre più, in Cina. Oggi invece emerge una consapevolezza diversa: non esiste sovranità normativa senza una base tecnologica indipendente.
Per sostenere questa ambizione, la Commissione ha adottato strumenti che, fino a poco tempo fa, erano quasi estranei al vocabolario di Bruxelles: politica industriale esplicita, intervento pubblico per lo sviluppo infrastrutturale, e soprattutto utilizzo della domanda pubblica come leva per sostenere le imprese europee e in particolare le start up.
Questo è il vero elemento di discontinuità.
Fino ad oggi, la strategia europea sull’intelligenza artificiale si è concentrata principalmente su un asse: il rafforzamento delle capacità di supercalcolo, attraverso investimenti nell’high performance computing. L’idea era semplice e, in parte, fondata: costruire infrastrutture di calcolo avanzate in Europa per sostenere la ricerca e garantire autonomia. Ma questa strategia si è rivelata insufficiente.
Perché? Perché il supercomputing, da solo, non genera un ecosistema industriale dell’intelligenza artificiale. È una condizione necessaria, ma non sufficiente.
E soprattutto, è stato pensato con una logica difensiva più che offensiva. La spinta iniziale verso l’HPC europeo nasceva infatti anche da una preoccupazione geopolitica precisa: proteggere i dati sensibili europei dall’accesso extraterritoriale delle autorità americane. In particolare, dalle implicazioni del CLOUD Act e dalla capacità delle big tech statunitensi di esercitare controllo sulle infrastrutture e sui dati.
Questa preoccupazione resta valida. Ma il problema è che, nel frattempo, il terreno della competizione si è spostato.
Oggi non basta avere l’infrastruttura fisica di calcolo. Se l’intero stack software è controllato altrove, l’autonomia è solo apparente.
Oggi tutto l’ecosistema dell’Intelligenza artificiale è dipendente da una sola società, Nvidia. L’esempio più lampante di quella metafora californiana dell’Ottocento che diceva che nell’età dell’oro guadagna chi produce pale e picconi.
Nvidia non ha semplicemente costruito chip. Ha costruito un ecosistema integrato, verticale, che parte dall’hardware — le GPU — ma si estende a CUDA, il layer software proprietario che consente di programmare queste architetture, fino ad arrivare agli strumenti di orchestrazione, alle librerie, ai framework, e all’integrazione con le principali piattaforme cloud. In altre parole, Nvidia controlla non solo la capacità di calcolo, ma anche il modo in cui quella capacità viene utilizzata. E questo crea una totale dipendenza strutturale.
Anche se l’Europa costruisce i propri data center o investe in supercomputer, se questi sistemi operano su stack software dominati da attori esterni, il valore economico e il controllo tecnologico restano altrove.
È qui che emerge la differenza con il modello cinese.
La Cina, spinta tanto da esigenze geopolitiche quanto da vincoli imposti dalle restrizioni americane, ha adottato una strategia molto più sistemica. Non si è limitata a sviluppare singoli componenti, ma ha lavorato lungo l’intera catena del valore.
Dal lato hardware, ha investito nello sviluppo di chipset domestici, come la linea Ascend. Ma soprattutto, ha costruito uno stack software coerente, capace di funzionare indipendentemente dalle tecnologie occidentali. A questo si aggiunge un terzo elemento fondamentale: la mobilitazione della domanda.
Gli hyperscaler cinesi — da Alibaba a Tencent, fino a Huawei Cloud — sono stati parte integrante di questa strategia. Non solo come utilizzatori, ma come amplificatori dell’ecosistema nazionale. Hanno integrato tecnologie domestiche, le hanno scalate, e le hanno diffuse.
E infine, un elemento spesso sottovalutato: l’apertura selettiva.
La Cina ha promosso, in diversi ambiti, ecosistemi aperti, con l’obiettivo di favorire l’adozione internazionale delle proprie tecnologie. Non per altruismo, ma per creare dipendenze tecnologiche e standard de facto.
Entro la fine del decennio — intorno al 2030 — potremmo trovarci di fronte a due grandi sistemi tecnologici in competizione: uno guidato dagli Stati Uniti, fortemente integrato attorno agli hyperscaler e a player come Nvidia; l’altro guidato dalla Cina, con un ecosistema sempre più autonomo e globalmente diffuso.
In questo scenario, il rischio per l’Europa è di trovarsi in una posizione puramente passiva. Non abbastanza forte da imporre standard propri, ma costretta a scegliere — o a oscillare — tra due sistemi sviluppati altrove. E soprattutto, incapace di catturare il valore economico generato dall’intelligenza artificiale.
Per capire le conseguenze di questo tipo di dipendenza, vale la pena guardare a un precedente storico: quello dei chipset CDMA.
Negli anni in cui si sviluppavano le tecnologie di telefonia mobile di seconda e terza generazione, l’Europa che aveva fissato gli standard di interoperabilità che hanno consentito la diffusione massiva della telefonia mobile ha scelto di abbandonare lo standard TDMA per adottare lo standard WCDMA nella speranza di gestire con facilità il licensing della proprietà intellettuale detenuto in particolare da Qualcomm. Questo ha creato una dipendenza significativa da un singolo attore, che ha potuto estrarre rendite attraverso licenze e controllo tecnologico.
L’Europa, in quel contesto, è riuscita comunque a mantenere un ruolo grazie alla presenza di un tessuto industriale forte: produttori di infrastrutture come Ericsson e Nokia, e produttori di dispositivi che contribuivano alla diffusione delle tecnologie.
Nell’intelligenza artificiale questo tessuto è totalmente assente.
Nel campo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali avanzate, l’Europa non dispone né di grandi hyperscaler, né di player dominanti nell’hardware, né di piattaforme software globali comparabili a quelle americane o cinesi.
Questo rende la sfida attuale molto più complessa.
Il pacchetto presentato dalla Commissione europea rappresenta quindi un tentativo necessario — e tardivo — di colmare questo divario.
Ma perché abbia successo, dovrà affrontare alcune questioni fondamentali.
La prima è la scala.
Le iniziative europee spesso soffrono di frammentazione: risorse distribuite tra Stati membri, governance complessa, tempi lunghi. In un settore come l’intelligenza artificiale, dove la scala è determinante, questo è un limite strutturale.
La seconda è l’integrazione verticale.
Non basta finanziare singoli segmenti — come l’HPC o le startup — se non si costruisce un ecosistema integrato, che colleghi hardware, software, dati e applicazioni.
La terza è la domanda.
Senza una domanda sufficientemente ampia e coordinata, anche le migliori tecnologie rischiano di non raggiungere la massa critica. L’utilizzo della domanda pubblica come leva è quindi una scelta corretta, ma richiede coordinamento, standard comuni e capacità di esecuzione.
E infine, la governance.
Promuovere una politica industriale europea in un settore così strategico implica anche scelte politiche difficili: selezione di campioni industriali, allocazione mirata delle risorse, e una certa tolleranza al rischio e al fallimento.
In conclusione, il cambiamento di approccio della Commissione è significativo e va nella direzione giusta. Ma il punto centrale resta questo: la sovranità tecnologica non si costruisce solo con infrastrutture o regolazione. Richiede il controllo — o almeno la partecipazione significativa — lungo l’intera catena del valore. Se l’Europa non riuscirà a sviluppare questa capacità, rischia di trovarsi, nel giro di pochi anni, in una posizione simile — ma più debole — rispetto a quella già sperimentata in passato.
Con una differenza fondamentale: allora esisteva ancora un’industria europea capace di giocare la partita.
Oggi, quella base industriale è estremamente limitata.
E il tempo per ricostruirla non è infinito.