Franco Bernabè – Miliardi senza pagare Dietro il boom dell’Ai c’è un furto con scasso

GIUSEPPE BOTTERO

TORINO – «Tutti sono affascinati dall’intelligenza artificiale. È come se fosse un videogioco. Ovviamente non è così.

Ma per tradurre il potenziale degli strumenti in un vero beneficio per la produttività c’è ancora molto da fare. Non basta impacchettare prodotti che si trovano gratis sul mercato con una pellicola di software per poterli utilizzare in sicurezza nei processi delle aziende e della pubblica amministrazione. Bisogna sviluppare tecnologie originali».

Franco Bernabè, una vita da top manager, oggi presidente dell’Università di Trento e di Techvisory, ha visto cambiare gli equilibri mondiali: la crisi petrolifera, lo schianto dell’Unione Sovietica, l’avanzata tumultuosa dell’economia cinese.

Eppure, confida, non aveva mai immaginato ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi.

«Per addestrare i modelli servono quantità enormi di informazioni, ma quelle veramente utili sono prodotte dall’intelligenza umana. I motori se ne sono appropriati, nella maggior parte dei casi senza pagare.

Stiamo assistendo al più grande furto di proprietà intellettuale nella storia dell’umanità. Anzi, a un furto con scasso».

Perché?

«Nelle cause contro l’AI che si stanno portando avanti in tutto il mondo emerge che i colossi hanno usato addirittura siti di pirateria per scaricare milioni di libri e documenti protetti da copyright, superando i paywall.

Penso all’azione legale di tremila autori contro Anthropic, a quella del New York Times contro Perplexity, alla sentenza del tribunale di Monaco contro ChatGPT.

C’è di più: il cosiddetto “scraping” indistinto di contenuti, oltre a essere un furto, mette in circolo anche materiali scadenti e genera allucinazioni».

Andrea Pignataro, fondatore del colosso dei software Ion, ha scritto: «Le aziende adottano strumenti di intelligenza artificiale per rimanere competitive. Così facendo, alimentano lo stesso sistema che sta imparando a renderle superflue. La decisione di ogni azienda è razionale se presa isolatamente. Il risultato collettivo è catastrofico».

Concorda?

«Sì. Sta succedendo qualcosa di inaccettabile. Non possiamo pensare che agenti software, soggetti a errori e ad allucinazioni, possano decidere al posto nostro.

L’intelligenza artificiale è nata come un pappagallo sofisticato. Le frasi che produce sono elaborazioni statistiche e non il frutto di ragionamenti. Strumenti del genere vanno controllati in continuazione. Altrimenti si apre uno scenario spaventoso».


Uno scenario in cui, al momento, l’Europa ha soltanto un ruolo da comprimario.

«Abbiamo vissuto sulle spalle degli americani per la difesa e per la tecnologia. È venuto il momento di emanciparci.

Le persone si sono accorte che un presidente degli Stati Uniti, se gli stai antipatico, può bloccarti la carta di credito. Lo stesso vale per i pagamenti internazionali, gestiti da Swift, che trasferisce tutte le informazioni ai server dei servizi americani.

La prima istituzione europea che ha incominciato a occuparsi seriamente di riconquistare sovranità è stata la Banca centrale europea».

Non è paradossale che non diventi una battaglia dei sovranisti?

«Sì. E invece il messaggio più chiaro è arrivato dall’Eurotower, che sta lavorando per sganciare l’Europa dai circuiti delle carte di credito gestiti da società americane grazie all’euro digitale.

L’Italia, va detto, è stata in prima fila, con Fabio Panetta e Pietro Cipollone, per fare in modo che i pagamenti non dipendano tutti dal dollaro.

Per ottant’anni abbiamo lasciato tutto nelle mani di Washington. Finalmente ci siamo svegliati».


Anche lei però ha investito sull’intelligenza artificiale. Perché TextGenius di differente?

«La nostra è una startup. Siamo partiti tre anni fa per sviluppare un prodotto che servisse davvero a risolvere problemi concreti, con due obiettivi fondamentali: il miglioramento di efficienza che deriva dall’uso dell’intelligenza artificiale deve essere misurabile e le basi dati da cui attinge le informazioni devono essere garantite e verificate».

In quali campi siete operativi?

«Il primo è quello legale. Con la crescita della normativa, ci sono decine di migliaia di leggi e regolamenti. Ma i contenuti sono certi: sentenze e norme.

Partendo da qui abbiamo sviluppato una piattaforma proprietaria che consente di lavorare con diverse tecnologie di intelligenza artificiale per offrire un prodotto efficiente e sicuro ai professionisti del diritto.

Poi ci siamo dedicati a specifiche problematiche aziendali. All’interno delle aziende esistono attività complesse che ruotano attorno a processi ripetitivi e onerosi: la nostra piattaforma è nata per gestire quella burocrazia interna che riguarda contratti, compliance, acquisti.

Le competenze tecnologiche le abbiamo trovate in Italia. A Napoli abbiamo un centro di sviluppo dove lavora un pool di ingegneri, fisici e matematici e abbiamo una collaborazione con l’Università Federico II.

La società beneficia dell’esperienza di persone che hanno una lunga storia di azienda e dell’entusiasmo e della curiosità dei giovani che vengono dal mondo delle tecnologie avanzate».


Presidente, nell’ultimo mese le società di software a Wall Street hanno bruciato oltre 1.200 miliardi di capitalizzazione. Si rischia una bolla?

«Io vedo un rischio più grande: che il cervello umano vada all’ammasso.

Se non gestiamo con grandissima attenzione la trasformazione in corso avremo un mondo che, invece di avere benefici, vivrà una sorta di degenerazione, di Alzheimer provocato proprio dall’intelligenza artificiale».


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